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Replica del Segretario Regionale SAPPe Basilicata alla testata giornalistica ROMA – edizione della Basilicata del 08.01.2018

Preg.mo Direttore,
Preg.mo Segretario,
Vi scrivo, per esprimere la grande amarezza degli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria in merito all’articolo pubblicato in data 8 gennaio u.s. dalla testata giornalistica “ROMA” (edizione della Basilicata) che, pur apprezzando la solidarietà espressa dal Segretario dei radicali lucani Maurizio Bolognetti nei confronti della Polizia Penitenziaria in merito alla vicenda di cronaca che ha interessato un collega in servizio presso la Casa Circondariale di Matera, nel titolo dell’articolo, gli appartenenti di polizia vengono definiti “agenti carcerari”.
A parere di questa Segreteria Regionale che rappresenta il maggiore organismo sindacale della Polizia Penitenziaria, il lettore deve essere “bene informato”, e cioé che nelle carceri non lavorano “agenti carcerari”, bensì donne e uomini appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria. Agente carcerario, ma anche secondino o guardia carceraria o similari, sono appellativi in disuso da decenni o in alcuni casi mai esistiti, con cui, fin troppo spesso, i colleghi della stampa definiscono gli agenti che operano nel sistema carcere.
Vorrei sommessamente ricordare che la legge 395 del 15 dicembre 1990 (ben 28 anni fa…) ha sciolto il Corpo degli Agenti di Custodia (improprio, quindi, anche definirli ancora agenti di custodia) ed ha istituito il Corpo di Polizia Penitenziaria, equiparato a tutti gli effetti alle altre attuali Forze dell’Ordine (Arma dei Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza).
Usare il termine “agente carcerario” é dunque non solo offensivo, ma denota la scarsa conoscenza di chi scrive e la superficialità con cui viene trattata la materia. Non si tratta solo di una questione di forma, ma di sostanza, dal momento che chi lavora per lo Stato, in un
lavoro delicato e pericoloso, é giusto sia trattato da tutti – stampa in primis – com’é nel suo diritto, come lo Stato e la sua stessa dignità di cittadino e di lavoratore s’aspettano. Gli appartenenti al Corpo vogliono essere chiamati e definiti “agenti di polizia penitenziaria” o “poliziotti “, e parlando di cose che accadono all’interno delle carceri, anche senza l’aggettivo “penitenziario”, perché é noto che in carcere operano soltanto poliziotti “penitenziari” e non altre Forze di Polizia. Una rettifica sul primo numero utile del ROMA ovvero la pubblicazione della presente, che
chiarisca la reale personalità giuridica di chi lavora per la sicurezza delle carceri, sarebbe molto gradita da tutti gli appartenenti al Corpo, gli stessi che hanno letto l’articolo in questione che, sentendosi offesi, ci hanno chiesto di intervenire. Ringrazio per l’attenzione e con l’occasione invio i miei migliori e cordiali saluti.

di Saverio Brienza

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