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Replica del Segretario Regionale SAPPe Basilicata alla testata giornalistica LA NUOVA del Sud – edizione della Basilicata del 07.01.2018

 Preg.mo Direttore,
Le scrivo, per esprimere la grande amarezza degli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria in merito all’articolo pubblicato in data 7 gennaio u.s. dalla testata giornalistica “LA NUOVA del Sud” (edizione della Basilicata) che, pur apprezzando la parziale pubblicazione di un comunicato stampa trasmesso dallo scrivente in merito alla vicenda di cronaca che ha interessato un collega in servizio presso la Casa Circondariale di Matera, nel titolo dell’articolo, l’appartenente al Corpo di polizia penitenziaria interessato, è stato definito “secondino”. A parere
di questa Segreteria Regionale che rappresenta il maggiore organismo sindacale della Polizia Penitenziaria, il lettore deve essere “bene informato”, e cioé che nelle carceri non lavorano “secondini”, bensì donne e uomini appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria.
Secondino, ma anche agente carcerario o guardia carceraria o similari, sono appellativi in disuso da decenni o in alcuni casi mai esistiti, con cui, fin troppo spesso, la stampa definisce gli agenti che operano nel sistema carcere. Vorrei sommessamente ricordare che la legge 395 del 15 dicembre 1990 (ben 28 anni fa…) ha sciolto il Corpo degli Agenti di Custodia (improprio, quindi, anche definirli ancora agenti di custodia) ed ha istituito il Corpo di Polizia Penitenziaria, equiparato a tutti gli effetti alle altre attuali Forze dell’Ordine (Arma dei Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza). Usare il termine “secondino” non solo denota la scarsa conoscenza di chi scrive e la superficialità con cui viene trattata la materia, ma offende un intero Corpo di Polizia dello Stato italiano. Non si tratta solo di una questione di forma, ma di sostanza, dal momento che chi lavora per lo Stato, in un lavoro delicato e pericoloso, é giusto sia trattato da tutti – stampa in primis – com’é nel suo diritto, come lo Stato e la sua stessa dignità di cittadino e di lavoratore s’aspettano.
Gli appartenenti al Corpo vogliono essere chiamati e definiti “agenti di polizia penitenziaria” o “poliziotti “, e parlando di cose che accadono all’interno delle carceri, anche senza l’aggettivo “penitenziario”, perché é noto che in carcere operano soltanto poliziotti “penitenziari” e non altre Forze di Polizia. Una rettifica sul primo numero utile del “LA NUOVA del Sud” – Basilicata ovvero la pubblicazione della presente, che chiarisca la reale personalità giuridica di chi lavora per la sicurezza delle carceri, sarebbe molto gradita da tutti gli appartenenti al Corpo, gli stessi che hanno letto l’articolo in questione che, sentendosi offesi, ci hanno chiesto di intervenire. Ringrazio per l’attenzione e con l’occasione invio i miei migliori e cordiali saluti.
Il Segretario Regionale
Dott. Saverio Brienza

di Saverio Brienza

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